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Superstizione e riti mercantili.
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Come testimoniano le Scritture, attestando la tesi fondamentale che Spinoza intende dimostrare nel quinto capitolo del Trattato teologico-politico, l'osservanza dei riti assicurava al popolo ebraico il solo ambito della sua elezione storica, ossia la felicità temporanea e immaginaria del corpo e la stabilità dello Stato, mentre non garantiva a loro affatto la Beatitudine, la vera vita universalmente valida dell'amore intellettuale di Dio, l'autentica virtù e gioia, immanente come scopo a tutte le menti umane. I cinque libri di Mosè, i Salmi, Salomone, Isaia, attestano infatti che la Scrittura “ in cambio dei riti non promette se non benessere e piaceri materiali, mentre promette la beatitudine soltanto per la legge divina universale” ( Trattato teologico-Politico, V, pg.129). Cristo stesso, come rabbi ebreo, estese all'intera umanità il giudaismo nella sua sola forma universale,
racchiusa nell insegnamento dell'amore e della vera giustizia, senza introdurre alcun nuovo rito generale obbligatorio. “ Non era sua intenzione di introdurre nello Stato alcuna legge nuova né di altro più si preoccupò che di impartire insegnamenti morali, di mantenerli distinti dalle leggi dello Stato” ( Trattato teologico-politico, V, p.126). Nel Nuovo Testamento non si insegnano che precetti morali, per l'osservanza dei quali si promette la vita eterna ch'è il regno dei cieli, mentre i riti ebraici furono abbandonati dagli Apostoli allorché il Vangelo iniziarono a predicarlo agli altri popoli, vincolati dal diritto di un altro Stato. Nella nazione ebraica, secondo quanto attestano le Scritture, errarono invece i Farisei, allorché particolarizzarono la legge divina universale dell'amore e della giustizia assimilandole alle leggi del loro Stato teocratico, costituite dagli stesi riti eminentemente. Infatti “ ritenevano che vivesse nella beatitudine colui il quale difendeva il diritto pubblico, ossia la legge di Mosè, benché questa, come abbiamo detto, non riguardasse che lo Stato e non servisse ad educare quanto a costringere gli Ebrei” ( Trattato Teologico-Politico, V, pg.126). Tant'è che sempre secondo l'Antico Testamento, come attesta Isaia, e come risulta pure da Esdra e Neemia, dopo la distruzione del loro Stato gli Ebrei non furono più tenuti all'osservanza dei riti, che in realtà assicuravano soltanto la prosperità della loro nazione e i vantaggi materiali che ne derivavano, così come i Patriarchi, prima della costituzione della società e dello Stato ebraico, e dell'esodo dall'Egitto, avevano fatto ricorso ai sacrifici solo per eccitare la devozione, in conformità alla consuetudine barbarica del tempo, oppure in spirito di obbedienza al diritto pubblico dello Stato in cui vivevano. L'introduzione e l'osservanza dei riti sono pertanto da porsi in rapporto soltanto con l'avvento e la durata dello stato ebraico, la cui origine e la cui fine significarono l'avvento e la fine degli stessi riti (salvo che per i Farisei)
. L' introduzione dei riti fu la misura necessaria presa da Mosè allorché gli Ebrei uscirono d'Egitto, che gli si impose per assicurare il grado di obbedienza, proprio dei sudditi, che richiedeva la costituzione e la conservazione del nuovo Stato, data l'immaturità alla democrazia politica degli Ebrei dell'esodo, in quanto “ d'ingegno quasi rude” ed abbrutiti dalla lunga schiavitù.
Mosè, al
quale era stato trasmesso un potere assoluto, dopo un primo
tentativo fallito di autogoverno teocratico, sia per l'indole
irriducibile degli Ebrei, che non sopportava la costrizione della
sola forza, che per il pericolo incombente della guerra, alla
quale i soldati vanno sempre stimolati
più che forzati(
Trattato Politico, VII; 12), fu dunque costretto ad assicurarsi
che “ il popolo facesse il suo dovere, non
per timore,
ma spontaneamente."(
Trattato politico, p.131). Mosè istituì così un potere politico che era moderato, perché si fondava più sulla speranza di beni futuri, assicurati dai riti, che sul timore di pene severe, e pressoché assoluto al contempo, poiché i sudditi vi erano quasi del tutto assoggettati alle leggi del diritto pubblico. “ Per far si, infine, che il popolo il quale non era in grado di governarsi da solo, pendesse dalle labbra del governante, non lasciò sussistere alcun caso in cui uomini così avvezzi alla schiavitù potessero agire a loro piacimento; nulla infatti il popolo poteva fare senza essere nello stesso tempo tenuto a ricordarsi della legge e ad eseguire gli ordini che dipendessero dal solo arbitrio del governante. Non a piacere, ma in ottemperanza ad una certa e determinata disposizione di legge, si poteva arare, seminare, mietere e persino mangiare e vestirsi; e nemmeno era lecito radersi i capelli e la barba, far festa, né in assoluto alcun'altra cosa, se non nei termini dei precetti e dei comandamenti stabiliti nella legge; non solo, ma dovevano affiggere sulle porte, tenere nelle mani e avere davanti agli occhi certi segni che li richiamavano di continuo all'obbedienza. Questo dunque fu lo scopo dell'introduzione dei riti, di indurre gli uomini ad agire esclusivamente secondo l'altrui comando, invece che per propria deliberazione, e a confessare, con le azioni e le meditazioni quotidiane di non avere alcun diritto proprio, ma di essere completamente soggetti ad un diritto altrui”( Trattato Teologico-Politico V, pgg.131-132).
Nella teocrazia ebraica i lavori produttivi erano pertanto allo stesso tempo opere politiche e religiose, in quanto ogni rito costituiva la pratica reale, tecnica e simbolica, di un rapporto di scambio tra il suddito fedele e il Dio sovrano, in virtù del quale costui assicurava le condizioni di riproduzione e di preservazione della loro vita, instaurando nei suoi confronti il debito inestinguibile della loro stessa esistenza “ Non potevano arare a loro piacimento, ma soltanto nelle epoche e negli anni stabiliti, adoperando simultaneamente un solo genere di bestiame. Così non potevano né seminare, né mietere, se non in un determinato modo e in un determinato tempo; così tutta la loro vita, insomma, era un esercizio continuo di obbedienza(...) “( Trattato teologico-politico, XVII, pg.432). I riti, negli effetti reali del loro esercizio, riproducevano la formazione economico-sociale della nazione ebraica, immanente alla loro esecuzione nella sua causalità, e per il tramite della disciplina implicita nell'obbedienza rituale, assicuravano la subordinazione della vita materiale degli ebrei alla riproduzione complessiva della loro comunità.
Gli Ebrei si assuefecero talmente a tale disciplina che essa diventò per loro non più una servitù, ma ciò che reputavano la loro stessa libertà. L'assuefazione fissa, prodotta dall'educazione e dalla consuetudine, degli atti considerati cattivi con la Tristezza, e deglì atti considerati buoni con la Letizia ( de Affectibus Ethica, III, definizioine 27), fece si che gli Ebrei nel loro stesso desiderio non appetissero più irriducibilmente ciò che era vietato, subendo la Legge come una schiavitù, ma che perseguissero soprattutto ciò che era prescritto, " Così accadeva che nessuno desiderasse ciò che era vietato ma solo ciò che era imposto "( "unde sequi etiam debuit, ut nemo negata, sed mandata cuperet",) Trattato Teologico-Politico, XVII, pg.432) La coercizione mediante i riti non era più sentita come un decreto da ottemperare, per paura di un male maggiore se non li si osservava, , la coercizione della legge per il tramite dei riti, in virtù della speranza di vantaggi materiali susseguenti alla loro esecuzione, plasmava il desiderio stesso dei soggetti, attuando un potere formidabile del sovrano. A rafforzare il potere disciplinare dei riti, come tecniche che garantivano la riproduzione ed il consolidamento dello Stato ebraico, contribuiva l'associazione alle misure normative che regolavano il lavoro, di imposizioni che prescrivevano il riposo ed il godimento. " Tre volte all'anno erano commensali di Dio ( vedi Deuteronomio 16); il settimo giorno della settimana dovevano astenersi da ogni lavoro ed osservare il riposo, e oltre a queste erano stabilite altre circostanze nelle quali le manifestazioni di onesto divertimento e i banchetti non soltanto erano permessi, ma erano comandati. E io credo che nulla di più efficace possa essere escogitato per piegare l'animo degli uomini, giacché da nessuna cosa questi sono presi quanto dala gioia che nasce dalla devozione, ossia dall'amore e dall'ammirazione insieme. E non poteva darsi che fossero prsi dal fastidio delle usuali occupazioni, perchè il culto riservato ai giorni festivi era solenne e vario" ( Trattato Teologico Politico, pg.432). Ma la stessa moderazione che nella devozione della ritualità assicurava in forme coercitive non violente un'obbedienza assoluta, ricorreva nel potenziamento delle attitudini dei sudditi che corrispondeva all l'incremento delle loro speranze, nrlla stessa misura in cui gli uomini erano indotti " ad agire esclusivamente secondo l'altrui comando, invece che per propria deliberazione, ostacolando l'autogoverno democratico del piopolo ebraico" " Nessuno infatti osava esprimere il proprio giudizio intorno alle leggi divine, ma tutti erano tenuti ad obbedire , senza consultare la propria ragione, a tutto ciò che veniva loro ordinato in base all'autoorità del divino responso ricevute nel tempio ossia alla legge promulgata da Dio" ( ibidem, pg.433). Una simile disciplina rituale della vita economica e sociale, estranea alla vera religione della vera beatitudine, nella sua universalità, durante il decorso storico determinato e concreto della civiltà ebraica per tali ragioni finì per costituire un ostacolo permanente al suo potenziamento ulteriore, come lo diventa per ogni sistema di relazioni che cosituisca una società più potenti di individui più potenti che non la teocrazia ebraica, " la cui forma di governo potrebbe essere utile soltanto per quelli che volessero vivere in solitudine, senza contatti con l'esterno, e chiudersi in se stessi, segregandosi da tutto il resto del mondo, ma non a coloro che hanno bisogno di mantenersi in rapporto con gli altri" ( Trattato Teologico-Politico, XVIII; pg.443) Se è vero, del resto, che" un simile ordinamento politico... benchè non imitabile in tutto, ... presenta però molti aspetti degni di essere almeno rilevati e che forse si potrebbero anche opportunamente imitare"( ibidem), tra questi aspetti non possono affatto essere inclusi i riti, proprio perché costituiscono la particolarità dei tratti opposizionali segregazionisti, che esprimevano la costitutività limitata e arretrata dello Stato ebraico, e che lo rendevano inimitabile da ogni regime che tendesse a una superiore potenza della propria società economica e degli individui che ordinava. Si tratta delle società aperte, nelle relazioni di scambio in rapporto con gli altri popoli che richiede la loro crescita e l' incremento degli uomini che le costuiscono, che la imposizione della ritualizzazione estriore della salvezza umana tende a precludere, tanto più se coinvolge ogni manifestazione sociale della vita individuale, richiedendo di recedere in esse dalla propria ragione autonoma. La ritualizzazione dei culti ebraici, infatti, ispirava all'odio verso gli altri popoli, quali nemici irriducibili, loro sovrano, " verso i quali, perciò erano affetti da accanitissimo odio( giacchè anche questi ritenevano che fosse pio, vedi Salmo 139, 21, 22)",( Trattato teologico-Politico, XVII, pg.430), in virtù dell'amore della patria che gli Ebrei adoravano come il Regno di Dio, al pari della intolleranza che può suscitare la devozione servile di ogni religiosità che identifichi nel Regno di Dio, o nella Patria promessa, le istituzioni e la vita sacramentale della Chiesa di appartenenza. Nella loro stessa singolarità, i loro riti risultavano in compatibili con quelli degli altri popoli, suscitando l'odio reciproco perpetuo. Del resto, se dopo la perdita della patria, i soli Farisei ne conservavano i riti, fu " più per desiderio di opporsi ai Cristiani che per rendersi graditi a Dio" ( Trattato teologico Politico, V, pgg.127-28) Gli ebrei erano impediti anche a stabilire altrove il loro domicilio, dalla credenza che solo sulla loro terra, eletta da Dio a regno dei cieli dei soli suoi figli eletti, potessero esercitare quel culto rituale che di fatto assicurava loro il solo benessere materiale, mentre lo si prospettava come indispensabile per la loro salvezza spirituale " E questo appunto era il motivo da notarsi qui soprattutto, per cui nessun cittadino era condannato all'esilio; giacché, colui che delinquemerita bensì di essere punito ma non di essere condannato a delinquere" ( Trattato Teologico-Politico. XVII, pg.430)
I riti cristiani furono invece esplicitamentre istituiti solo " in
vista dell'integrità sociale, onde colui che vive fuori della
società non è ad esse( cerimonie) affatto tenuto; anzi,
colui che vive in un ordinamento politico dal quale è esclusa la
religione cristiana, deve astenersi da quei riti, e tuttavia
potrà vivere nella beatitudine" Trattato teologico-Politico, V, p.132). " E se coloro che hanno la suprema autorità sono pagani, o non si doveva stipulare con essi alcun patto, ma essere disposti a sopportare tutto, pur di non trasferire ad essi il proprio diritto, oppure, se si è venuti con essi a patti e si è trasferito in essi il proprio diritto, poichè si è perduta con ciò stesso la facoltà di difendere se stessi e la religione, si è tenuti ad obbedire loro e a mantenere le promesse fatte, o almeno a subirne l'imposizione, ad eccezione dei casi per i quali Dio abbia con una accertata rivelazione promesso un particolare aiuto contro il Tiranno, o per i quali egli abbia specificamente ordinato di fare eccezione... La cosa è confermata, del resto, da una esperienza quotidiana. Le potenze cristiane, infatti, non esitano, per la propria maggiore sicurezza, a stringere patti con i Turchi e con i Pagani; e ai propri sudditi che si stabiliscono in mezzo a loro ordinano di non arrogarsi, nell'esercizio delle funzioni e umane, maggior libertà di quella che è stata espressamente pattuita e che è stata espressamente pattuita e che è da quelle potenze consentite. Di ciò si ha un esempio nel contratto stipulato dagli Olandesi con i Giapponesi, al quale abbiamo sopra accennato " Trattato.Teologico-Politico, pgg.390-391)
( " Donde segue ancora che sono veri Anticristi coloro i quali perseguitano gli uomini onesti e amanti della giustizia per il fatto che professano opinioni diverse dalle loro e non si associano ad essi nela difesa dei medesimi dogmi di fede. Infatti, coloro che amano la giustizia e la Carità, soltanto da questo si conosce che sono fedeli: e chi perseguita i fedeli è l'Anticristo" TrattatoTeologico Politico, XIV, pg.348 ). Anche i Turchi, come tutti i pagani, se vivono secondo Giustizia e Carità, possono essere partecipi dello spirito di Cristo,- ossia essere parti come anime eterne del modo infinito immediato di Dio, che nel Pensiero è l'idea di Dio medesimo che ne è apunto l' intelletto infinito immediato ( Ethica IV, Prop.68 Scolio) 1-, dello stesso Cristo incarnatosi in Gesù, che si manifesta ed è salvifico ovunque si eserciti l'amore del prossimo, pur rimanendo sconosciuto o disconosciuto per lo stesso cristianesimo storico in tali sue ulteriori manifestazioni, "Per ciò, poi, che riguarda i Turchi stessi e gli altri Gentili, se essi adorano Dio nel culto della Giustizia e della carità verso il prossimo, io ritengo che posseggano anch'essi lo spirito di Cristo e che siano salvi, checché pensino nella loro ignoranza di Maometto e dei profeti" Lettera 43, pg.213) L'Ethica e la Politica di Spinoza, assecondando il movimento, alle origini del Cristianesimo, che separava le leggi della religione universale dal diritto pubblico del regime teocratico ebraico, a iniziare dai riti, trasformandole nell'insegnamento morale di una religione che riguardava sia l'azione esterna che la disposizione interna dell'animo, mirano a favorire la concordia dello Stato ben ordinato con la legge universale della vera beatitudine e della salvezza eterna nella sua espressione razionale e in quella immaginaria rivelata, per il tramite della religione naturale razionale, e delle teologie che assicurano l'ubbidienza agli stessi principi, in virtù della credenza e della devozione nelle autorità dei profeti e dei maestri di vita. 2 La legge divina universale, ovvero la somma perfeziione dell' autonomia individuale che accetta ed ama l'ordine divino naturale, e che gioisce di esserne parte eterna, - inerente come fine alle proprietà comuni della natura umana in generale, quale conseguenza e perfezione finale dello sforzo di essere e di conservarsi di tutti gli uomini-, è dedotta da Spinoza come scopo dello sforzo di essere e di potenziarsi dello stesso Stato, quale suo imperativo ipotetico, se vuole conservarsi rafforzandosi, e l' espressione immaginaria ancora inadeguata di tale legge assoluta, - la fede comune nei precetti di giustizia e di carità, - è risolta a sua volta nell'obbedienza alle regole di vita decretate dal diritto pubblico; la separazione di filosofia razionale e di teologia rivelata risulta così la condizione di una loro riordinazione, mediante il diritto pubblico, che salvaguardi l'automonia della filosofia e della legge divina universale razionale dai riti e dai dogmi dei poteri teologici e politici. Nota 1 Confronta ad esempio M. Gueroult, Spinoza, Dieu, ( Ethique, 1) XI, paragrafi VII-VIII, pgg. 313-319, Paris, Aubier, 1968) e Deleuze Spinoza et le problème de l'expression, pg. 168, Paris, Les edition de Minuit, 1968 Nota 2 confronta l introduzione al Trattato teologico Politico di Alessandro Dini , Filosofia, Politica e Religione in Spinoza.
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al capitolo seguente:
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